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Venendo meno il contesto collettivo che lo animava, questo sito è per il momento “congelato”, mantenendo soltanto alcuni testi di interesse generale, scaricabili da un’apposita sezione.

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Questionario

Come ha detto qualcuno, il presente storico può ricominciare ad esistere «nel momento in cui degli individui trovano nella lotta le forme di una comunità pratica per approfondire le conseguenze del loro rifiuto iniziale e sviluppare la critica delle condizioni imposte. Il fatto che essa costituisca un’unità “più intelligente di tutti i suoi membri” è la verità di una tale comunità. Il segno del suo fallimento è la sua regressione verso una sorta di neo-famiglia, cioè un’unità meno intelligente di ciascuno dei suoi membri. Un lungo periodo di reazione sociale porta di conseguenza, con l’isolamento e lo smarrimento, a temere soprattutto le divisioni e i conflitti, quando si tenti di ricostruire un terreno pratico comune. Tuttavia è proprio quando si è in minoranza e si ha bisogno di alleati che conviene formulare una base di accordo tanto più precisa, a partire dalla quale contrarre alleanze e boicottare tutto ciò che lo merita».

Il “questionario” che proponiamo qui sotto è precisamente un tentativo (pur infinitesimo) di formulare una simile base di accordo entro il contesto collettivo che anima questo sito, una base di accordo che abbia almeno la qualità del realismo e non si limiti ad autocompiacersi dei suoi fantasmi teorici: il giudizio e la critica dello stato di cose presente sono consustanziali all’immaginazione di una storia possibile in cui si è implicati individualmente e collettivamente, o non sono (riducendosi a gestioni furbesche e irresponsabili o ad appendici “dissidenti” di un balbettio generale).

Le cinque domande possono  essere riguardate come “facce” diverse di una questione sola. La loro differenziazione e specificazione è mirata soprattutto a favorire l’articolazione del discorso e ad evitare un’eccessiva genericità. Alcune “risposte” e commenti al questionario che segue sono visibili a questa pagina.

1)    In quale senso preciso si può sostenere che gli individui della moderna società industriale «non sono liberi», o lo sono in forme sempre più contratte? Può un percorso di liberazione essere compatibile con le ragioni di questo esistente? Quale significato assume, in tale contesto, il termine «alienazione»?

2)    Se si assume l’esistenza di qualcosa chiamata «natura umana», in quale senso e in quale misura l’attuale sistema di bisogni corrisponde alle reali necessità di tale natura e in quali può invece dirsi «artificiale»? Quale orientamento appare sensato assegnare all’attuale evoluzione dell’umanità come «specie»?

3)    Come giudicare le premesse e le promesse liberatrici del «progresso» di fronte al loro fallimento? Come giudicare la povertà della critica e il bisogno di illusioni che hanno seguito e seguono tale fallimento? È pensabile ritrovare una strada per la ripresa di un processo di umanizzazione in termini di mera “innovazione”, senza cioè la difesa e il recupero di quanto di “buono” la storia ha prospettato e parzialmente realizzato?

4)    Se si rifiuta l’idea (che tanto ha giovato alle carriere dei “politici di professione” della “sinistra”) secondo la quale si può affrontare un’opera di decostruzione del dominio esercitato dal “sistema” sulla vita sociale senza una parallela e sistematica “decontaminazione” e “rivitalizzazione” del proprio immaginario individuale, in che termini appare invece essenziale un lavoro di (auto-) educazione?

5)    Se si ammette che le collettività umane si riducono sempre di più ad allevamenti intensivi dove proliferano nocività di ogni tipo alle quali, nella migliore delle ipotesi, è consentito assuefarsi (nella peggiore si è sospinti verso un baratro di disperazione e di morte), in quali aspetti i vecchi programmi “rivoluzionari” sono divenuti sterili, o addirittura hanno concorso al rafforzamento di questo processo? Quali i termini di una possibile e realistica emancipazione da questa prigione?

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Dominio della natura

Dominio della natura, insegnano gli imperialisti, è il senso di ogni tecnica. Ma chi vorrebbe prestar fede a un precettore armato di sferza che indicasse il senso dell’educazione nel dominio dei bambini da parte degli adulti? L’educazione non è forse in primo luogo il necessario ordine nel rapporto tra le generazioni e dunque, se di dominio si vuole parlare, il dominio non dei bambini ma di quel rapporto? Così anche la tecnica: non dominio della natura, ma dominio del rapporto tra natura e umanità.

Tratto da W. Benjamin, Strada a senso unico (trad. it. Milano, 1983, p. 68).

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La formula rituale

Se un giorno, in un’epoca più gradevole e liberata delle superstizioni scientistiche, si troveranno degli spiriti curiosi di esaminare la storia del crollo della civiltà della macchina, la prima cosa che li colpirà sarà indubbiamente l’ambiente di mortale tristezza in cui si sarà svolta questa marcia forzata verso la sicurezza della vita artificiale e le sue soddisfazioni garantite: come se in ogni bollettino di «nuovo passo avanti tecnico» decisivo, in ogni proclama di prossima vittoria diffuso dai mass media, in ogni esultanza all’annuncio di un’altra sconfitta della natura, l’agonia finale fosse per così dire scontata; questo Blitzkrieg sa di essere come un suicidio, e la disperazione che alberga segretamente in ognuno traspare nella formula rituale della passività realistica, aborto dello scetticismo borghese: «È così e non ci si può fare più niente».

Tratto da Osservazioni sull’agricoltura geneticamente modificata e sulla degradazione della specie, Èditions de l’Encyclopédie del Nuisances, Paris, 1999 (trad. it. Bollati Boringhieri, 2000, p. 94).

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«L’arte è lunga e la vita è breve, facciamo almeno qualcosa prima di morire».

Ci dev’essere […] nell’arte qualcosa di sbagliato, oppure la felicità di vivere sta estinguendosi nella dimora della civiltà. Cosa ha causato questa malattia? Il lavoro delle macchine, dite? Ebbene, ho visto citato il passo di un antico poeta siciliano che si rallegrava dell’invenzione di un mulino ad acqua ed esultava all’idea che il lavoro fosse così liberato dalla fatica della macina a mano. E questo è certo un tipo di speranza naturale per l’uomo di fronte alla prospettiva di “macchine per risparmiare lavoro”, come vengono chiamate; naturale di certo, perché, per quanto abbia detto che, quando l’arte fa parte del lavoro, quest’ultimo è necessariamente piacevole, nessuno può negare che esista una parte di lavoro necessario che non è piacevole in se stessa e una quantità di lavoro non necessario che è semplicemente faticoso. Se le macchine fossero state usate solo nell’intento di ridurre al minimo questo tipo di lavoro, sarebbe valsa la pena d’impiegare a tal fine il massimo di umano ingegno; ma è proprio così? Guardatevi intorno e dovrete […] dubitare che i moderni macchinari abbiano effettivamente reso più lieve la fatica di un solo lavoratore. E perché le nostre naturali speranze sono state a tal punto deluse? Evidentemente perché nella nostra epoca, che è quella in cui di fatto le macchine sono state inventate, le si è inventate con tutt’altro scopo che di risparmiare la sofferenza del lavoro. L’espressione “macchine che risparmiano lavoro” è ellittica, e significa “macchine che risparmiano il costo del lavoro”, non solo il lavoro stesso, perché il lavoro risparmiato sarà sfruttato per attendere altre macchine.

Tratto da William Morris, Arte e plutocrazia (1883), in Come potremmo vivere, Ed. Riuniti, 1979, pp. 81-82.

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Il «Movimento 5 stelle», the smart party

Anche il mondo della politica sta diventando sempre piú smart, intelligente e tecnologico. Si sta facendo strada un nuovo modo per creare e raccogliere consenso, che sfrutta i potenti mezzi d’informazione e comunicazione messi a disposizione della tecnologia, la loro interconnetività e la loro facilità d’uso, le nuove tecnologie e le loro applicazioni nel nostro quotidiano: la «Politica 2.0».

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L’Aquila: prove di «smart city»

Dopo la «distruzione delle città in tempo di pace» (J.-C. Michéa), assistiamo alla «ricostruzione delle città in tempo di guerra», ovvero alla riorganizzazione tecnologica – sotto il vessillo dell’emergenza ecologica e della scarsità delle risorse – dello spazio urbano esploso, luogo primario della decomposizione capitalista dei rapporti sociali e dei mestieri, nonché delle varie forme di civiltà generate dalla vita di quartiere, inclusi i commerci “ordinari”.

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Lettera aperta di Mikis Theodorakis

Esiste un complotto internazionale che ha l’obiettivo di cancellare il mio paese. È iniziato nel 1975, opponendosi alla civiltà neogreca, è continuato con la distorsione sistematica della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale, e adesso sta cercando di cancellarci anche materialmente, con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.

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Lo scopo della neolingua

«Non hai ancora capito cos’è la neolingua […] nel tuo cuore preferiresti ancora l’archelingua, con tutta la sua imprecisione e le sue innumerevoli sfumature di senso. Non riesci a cogliere la bellezza insita nella distruzione delle parole. Lo sapevi che la neolingua è l’unico linguaggio al mondo il cui vocabolario si riduce giorno per giorno? […] Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? […] A ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. […] Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all’attività del pensiero. In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non così come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.»

Tratto da George Orwell, 1984 (trad. it. Milano, 1989, pp. 58-59)

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La preparazione alla libertà

La liberazione è leggere il limite e la relazione in tutte le apparenze sensibili, senza eccezione, chiaramente ed immediatamente come un significato in un testo stampato. Il significato di una vera scienza è il costruire una preparazione alla libertà.

L’equilibrio, in quanto definisce i limiti, è la nozione essenziale della scienza; con questa nozione ogni cambiamento, quindi ogni fenomeno, è considerato una rottura di equilibrio, legato a tutti gli altri cambiamenti dalla compensazione che fa di tutti gli squilibri un’immagine dell’equilibrio, di tutti i cambiamenti un’immagine dell’immobilità, del tempo un’immagine dell’eternità.

Dato che in un uomo l’ingiustizia è l’ignoranza dei limiti, queste rotture di equilibrio, che si succedono e si compensano, costituiscono l’immagine di una successione di ingiustizie e di espiazioni, ingiuste esse stesse, che si compensano con un alternarsi indefinito; questo fatto viene espresso nella formula di Anassimandro: «È a partire da ciò, che avviene la produzione delle cose e la loro distruzione è un ritorno a questo, in conformità del necessario, poiché le cose subiscono un castigo ed un’espiazione le une da parte delle altre a causa delle loro ingiustizie, secondo l’ordine del tempo».

Tratto da Simone Weil, Sul fondamento di una scienza nuova, in Sulla scienza, Borla, Roma, 1998, p. 216.

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