Ci dev’essere [...] nell’arte qualcosa di sbagliato, oppure la felicità di vivere sta estinguendosi nella dimora della civiltà. Cosa ha causato questa malattia? Il lavoro delle macchine, dite? Ebbene, ho visto citato il passo di un antico poeta siciliano che si rallegrava dell’invenzione di un mulino ad acqua ed esultava all’idea che il lavoro fosse così liberato dalla fatica della macina a mano. E questo è certo un tipo di speranza naturale per l’uomo di fronte alla prospettiva di “macchine per risparmiare lavoro”, come vengono chiamate; naturale di certo, perché, per quanto abbia detto che, quando l’arte fa parte del lavoro, quest’ultimo è necessariamente piacevole, nessuno può negare che esista una parte di lavoro necessario che non è piacevole in se stessa e una quantità di lavoro non necessario che è semplicemente faticoso. Se le macchine fossero state usate solo nell’intento di ridurre al minimo questo tipo di lavoro, sarebbe valsa la pena d’impiegare a tal fine il massimo di umano ingegno; ma è proprio così? Guardatevi intorno e dovrete [...] dubitare che i moderni macchinari abbiano effettivamente reso più lieve la fatica di un solo lavoratore. E perché le nostre naturali speranze sono state a tal punto deluse? Evidentemente perché nella nostra epoca, che è quella in cui di fatto le macchine sono state inventate, le si è inventate con tutt’altro scopo che di risparmiare la sofferenza del lavoro. L’espressione “macchine che risparmiano lavoro” è ellittica, e significa “macchine che risparmiano il costo del lavoro”, non solo il lavoro stesso, perché il lavoro risparmiato sarà sfruttato per attendere altre macchine.
Tratto da William Morris, Arte e plutocrazia (1883), in Come potremmo vivere, Ed. Riuniti, 1979, pp. 81-82.