Comunicato stampa del MOVIMENTO NO TAV

Tre giorni continui di attacchi mediatici e politici alla Valle di Susa e al movimento no tav. Proviamo per punti a raccontare la cruda realtà

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Il fantasma della teoria

Poiché i teorici sono [...] altrettanto sprovveduti della gente comune qualora si debbano formulare ipotesi sulle conseguenze, anche molto prossime, del disastro in corso, non sorprende che i loro scritti abbiano qualcosa di fantomatico, e tanto più quando adottano verso il pubblico un venerabile tono di sicurezza assoluta. Non potendo concepire un avvenire qualsiasi, manca loro quasi tutto ciò che costituiva la consistenza e il mordente di una teoria rivoluzionaria: la tensione verso l’attività collettiva e la ricerca di mediazioni pratiche, la riflessione strategica in funzione di scadenze precise, la capacità di legare ogni conflitto a un programma universale di emancipazione. E se tutto ciò manca loro, non è – almeno non sempre e non principalmente – per una qualche deficienza intellettuale particolare, ma perché il terreno sociale e storico sul quale una tale intelligenza teorica poteva nascere e svilupparsi, è venuto meno sotto i nostri piedi.

Tratto da Il fantasma della teoria di Jaime Semprun

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Essere umano

«Essere umano consiste essenzialmente nel non cercare la perfezione, nell’essere talvolta pronti a commettere peccati per lealtà, a non spingere l’ascetismo fino al punto in cui rende impossibili le relazioni di amicizia, e nell’accettare infine di essere colpiti e vinti dalla vita, inevitabile prezzo dell’amore che si ha per altri individui. Senza dubbio l’alcol, il tabacco e tutto il resto sono cose da cui un santo deve guardarsi, ma la santità è a sua volta qualcosa da cui gli esseri umani devono guardarsi».

George Orwell

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Votare è diventato uno dei gesti più avvilenti dell’attività umana

In vista dell’imminente tornata elettorale, pubblichiamo la traduzione italiana della voce «Abdicazione», apparsa nel febbraio del 1986 sul fascicolo n. 6 dell’«Encyclopédie des Nuisances». 

ABDICAZIONE

Generalmente si parla di abdicazione per evocare la rinuncia all’autorità detenuta da un sovrano. L’Enciclopedia, nella definizione che ne dà, aggiunge: «Si dice anche dell’azione di un uomo libero che rinunciava alla libertà e si faceva volontariamente schiavo». Ecco cosa sembra applicarsi abbastanza bene da qualche tempo al salariato moderno, colui che non ha alcun potere sull’uso della propria vita e che non vuole più conoscerlo.

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Dominio della natura

Dominio della natura, insegnano gli imperialisti, è il senso di ogni tecnica. Ma chi vorrebbe prestar fede a un precettore armato di sferza che indicasse il senso dell’educazione nel dominio dei bambini da parte degli adulti? L’educazione non è forse in primo luogo il necessario ordine nel rapporto tra le generazioni e dunque, se di dominio si vuole parlare, il dominio non dei bambini ma di quel rapporto? Così anche la tecnica: non dominio della natura, ma dominio del rapporto tra natura e umanità.

Tratto da W. Benjamin, Strada a senso unico (trad. it. Milano, 1983, p. 68).

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MUOS a Niscemi: report della notte 10-11 gennaio 2013

 

Niscemi INVASA da centinaia di forze di polizia. Con inaudita violenza sono stati rimossi i blocchi dei manifestanti per il passaggio del convoglio con i mezzi per il montaggio delle antenne MUOS.

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La formula rituale

Se un giorno, in un’epoca più gradevole e liberata delle superstizioni scientistiche, si troveranno degli spiriti curiosi di esaminare la storia del crollo della civiltà della macchina, la prima cosa che li colpirà sarà indubbiamente l’ambiente di mortale tristezza in cui si sarà svolta questa marcia forzata verso la sicurezza della vita artificiale e le sue soddisfazioni garantite: come se in ogni bollettino di «nuovo passo avanti tecnico» decisivo, in ogni proclama di prossima vittoria diffuso dai mass media, in ogni esultanza all’annuncio di un’altra sconfitta della natura, l’agonia finale fosse per così dire scontata; questo Blitzkrieg sa di essere come un suicidio, e la disperazione che alberga segretamente in ognuno traspare nella formula rituale della passività realistica, aborto dello scetticismo borghese: «È così e non ci si può fare più niente».

Tratto da Osservazioni sull’agricoltura geneticamente modificata e sulla degradazione della specie, Èditions de l’Encyclopédie del Nuisances, Paris, 1999 (trad. it. Bollati Boringhieri, 2000, p. 94).

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Quod erat demonstrandum

Proprio cosí, le annunciate dimissioni della giunta (denominata, almeno all’inizio, «governo tecnico») Monti & Co., posta e imposta da Napolitano, con quanto ha scatenato, rivelano appieno (o meglio, dovrebbero rivelare, ma non c’è da sperarci granché) “di che si è trattato” e “si tratta”, e “chi è” Monti, con i suoi “addetti” (detti «ministri» e «sottosegretari»), con il suo promotore Napolitano − e “che cosa sono” i collaborazionisti, apologeti, apprezzatori, etc.

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«L’arte è lunga e la vita è breve, facciamo almeno qualcosa prima di morire».

Ci dev’essere [...] nell’arte qualcosa di sbagliato, oppure la felicità di vivere sta estinguendosi nella dimora della civiltà. Cosa ha causato questa malattia? Il lavoro delle macchine, dite? Ebbene, ho visto citato il passo di un antico poeta siciliano che si rallegrava dell’invenzione di un mulino ad acqua ed esultava all’idea che il lavoro fosse così liberato dalla fatica della macina a mano. E questo è certo un tipo di speranza naturale per l’uomo di fronte alla prospettiva di “macchine per risparmiare lavoro”, come vengono chiamate; naturale di certo, perché, per quanto abbia detto che, quando l’arte fa parte del lavoro, quest’ultimo è necessariamente piacevole, nessuno può negare che esista una parte di lavoro necessario che non è piacevole in se stessa e una quantità di lavoro non necessario che è semplicemente faticoso. Se le macchine fossero state usate solo nell’intento di ridurre al minimo questo tipo di lavoro, sarebbe valsa la pena d’impiegare a tal fine il massimo di umano ingegno; ma è proprio così? Guardatevi intorno e dovrete [...] dubitare che i moderni macchinari abbiano effettivamente reso più lieve la fatica di un solo lavoratore. E perché le nostre naturali speranze sono state a tal punto deluse? Evidentemente perché nella nostra epoca, che è quella in cui di fatto le macchine sono state inventate, le si è inventate con tutt’altro scopo che di risparmiare la sofferenza del lavoro. L’espressione “macchine che risparmiano lavoro” è ellittica, e significa “macchine che risparmiano il costo del lavoro”, non solo il lavoro stesso, perché il lavoro risparmiato sarà sfruttato per attendere altre macchine.

Tratto da William Morris, Arte e plutocrazia (1883), in Come potremmo vivere, Ed. Riuniti, 1979, pp. 81-82.

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«Smart cities» o la ricostruzione delle città in tempo di guerra

«Ogni cinque giorni la popolazione urbana nelle città del mondo aumenta di un milione», ci avvertono i tecno-ecolocrati, con la gravità di chi sta pronunciando una sentenza di condanna e con la sicurezza di chi sta riconoscendo un’inesorabile legge della storia. Sullo sfondo di questa neutra minaccia, come uno scenario naturale, c’è la compiuta attualizzazione di ciò che J.-C. Michéa ha chiamato la distruzione delle città in tempo di pace: l’ipertrofia globale del sistema suburbano, la trasformazione dello spazio cittadino in un’alternanza delirante di tristi periferie, quartieri residenziali «senza misura», capannoni e centri commerciali come templi per la terapia del consumo al dettaglio, snodi e svincoli stradali per movimentare l’irrinunciabile traffico automobilistico, con l’opzionale coreografia di centri storici trasformati in vetrine hi-tech e “parchi giochi” per turisti, videosorvegliati come prigioni a cielo aperto.

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